Pecunia (non) olet

Pubblicato il: 8 aprile 2012 alle 11:25 am

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Leggo con dispiacere l’ennesimo capitolo di una storia infinita: il calcio scommesse. È tornato prepotentemente alla ribalta, come un tornado, spazzando via ciò che di buono (poco in realtà) rimane del nostro amato calcio.

Sono passati poco più di trent’anni da quando gli sportivi italiani, una domenica pomeriggio, videro le auto della polizia all’interno di alcuni stadi italiani. A quell’epoca non c’erano le pay tv, i collegamenti Rai avvenivano in orari ben precisi, le immagini arrivavano col contagocce, internet non sfornava, come oggi, gli avvenimenti ancor prima che accadessero. Paolo Rossi. Un paio di anni di squalifica e poi ci fece vincere il Mundial dell’82. Questo riportano gli almanacchi.

Le auto della polizia dentro gli stadi. Immagini che sono rimaste impresse nella memoria di ognuno di noi, che hanno lasciato i tifosi sgomenti, che hanno fatto crollare dei miti, che tutti si auguravano di non dover mai più rivedere. La storia, purtroppo, ci insegna che non è così. In quest’arco temporale, di fattacci come questi ne sono accaduti, con cadenze ben precise; sono cambiati gli scenari, i luoghi, ma i contenuti no, sono rimasti gli stessi.

Corsi e ricorsi storici. Giambattista Vico, filosofo napoletano del ‘600, profetico precursore di molte moderne teorie, già trecento anni fa aveva elaborato un concetto filosofico del tutto personale e originale. Oggi la dottrina “vichiana” ci dimostra come la civiltà raggiunta non solo non deve mai essere considerata come una conquista definitiva, ma neanche che sia la migliore di tutte. Anzi, aggiungo.

I calciatori come le prostitute: hanno venduto i loro corpi, facendogli fare movimenti innaturali, hanno modificato quella che sarebbe dovuta essere la realtà sportiva. Hanno giocato con le armi in pugno. Hanno sparato, uccidendo la buona fede degli uomini. Si son fatti corrompere i sentimenti, i pensieri, gli sguardi. Hanno stretto la mano al male, la coscienza non alberga nei loro cuori. E tutto questo “si dovrebbe chiamare” sport.

Hanno truffato, preso in giro, approfittato dei loro compagni, dei loro avversari. Hanno tradito i tifosi. Per il vile denaro. Come se non ne avessero abbastanza. Hanno tradito padre e figlio che la domenica pranzano di corsa, lasciando i parenti a casa e, sciarpa al collo e bandiera in spalla, vanno alla partita. Ma quale partita? Ma che cosa vedranno? Ma che cosa gli faranno vedere? L’aspettativa di una settimana, la speranza di vedere vincere la propria squadra del cuore.

Si, il cuore, quello che oltre alla coscienza manca a “questi signori”. Così il palermitano è abituato ad apostrofare il prossimo. “Doni? Un signore”. “Masiello? Un signore”. In giro per l’Italia la parola signore si usa per complimentare, dalle nostre parti evidentemente no.

Vorrei accostare la vicenda di questi “sventurati” ad una breve ma significativa favola di Fedro, “La volpe e la maschera tragica” che, a mio parere, riassume in poche parole il loro deplorevole e infamante comportamento, per il vile denaro.

Vulpes ad personam tragicam. Personam tragicam forte vulpes viderat: ”O quanta species – inquit – cerebrum non habet!”. (Una volpe aveva visto per caso una maschera tragica: ”Oh, che bell’aspetto – disse – ma non ha il cervello!“).

Questa favola è stata scritta per coloro (i calciatori) ai quali la sorte ha concesso onore e gloria (successo e denaro), ma ha tolto il buonsenso (il cervello).

Autore dell'articolo: Carlo Ferlisi

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