Il rapporto con il capo

Pubblicato il: 7 febbraio 2013 alle 7:58 am

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Studiosi di tutto il mondo concordano: “Nel rapporto con il capo c’è insito il rischio di subire una depressione o altri problemi di salute”.

Brad Gilbert, ricercatore presso l’università dell’Indiana, afferma, addirittura, che il rapporto di un lavoratore con il suo capo ha quasi la stessa importanza del rapporto con il coniuge. Nemmeno un rapporto amichevole con i colleghi o svolgere mansioni gratificanti possono “compensare” un rapporto negativo con il capo. Neanche una “buona” retribuzione o il numero delle ore di lavoro possono “distogliere” il lavoratore dall’ansia di “prestazione” quando i rapporti con il “boss” non sono buoni.

E’ scientificamente provato che negli uffici dove i dipendenti lamentano la mancanza di rispetto, d’equità o di sensibilità, i lavoratori hanno maggiori possibilità di soffrire di disturbi cardiocircolatori rispetto a quei gruppi di lavoro coordinati da persone premurose ed empatiche.           

Altro aspetto da non trascurare è che nei luoghi di lavoro “Le emozioni negative sono più contagiose di quelle positive”. Quindi, se il nostro “preposto” è infelice, è facile che trasmetta negatività, insicurezza, stress.

Richard Boyatzis, professore di psicologia di Cleveland, infatti, sostiene che due tipi di relazioni sono particolarmente suscettibili di “contagio emotivo”: rapporti sentimentali e rapporti di lavoro.
Nelle relazioni “romantiche” le emozioni sono quasi sempre simbiotiche. Se uno dei partner si sente male, l’altro soffre. Se uno è di buon umore l’altro molto spesso pure. Ma nei rapporti di lavoro, tra boss e lavoratore, l’emozione tende a fluire in una sola direzione: quella negativa. Quindi, il “contagio” è certo se il capo è infelice, mentre è probabile se questo è felice. Non è un caso: lavorare per un capo che è negativo, o che urla o umilia, trascina il dipendente e l’intera organizzazione verso il basso.

Le aziende dovrebbero, nel loro stesso interesse, scegliere dei coordinatori, che con i dipendenti, quanto meno, tentino di stabilire una “connessione emotiva” positiva. Come? Per esempio, Boyatzis sostiene che “Il semplice fatto di parlare dei desideri del lavoratore, dei suoi valori” può essere un primo tentativo per “allacciare” un rapporto costruttivo e sereno. Conoscere e provare a soddisfare i “bisogni”del lavoratore è fondamentale, più di quanto si possa pensare. Infatti, se i bisogni sono soddisfatti la “tensione” che essi provocano viene eliminata e il soggetto si trova in un sereno “equilibrio”.

In realtà, purtroppo, nelle aziende questo non avviene sempre. I manager sono ossessionati dalla “performance”e considerano gli impiegati dei mezzi per raggiungere lo scopo. Questo “utilizzo” viene percepito dai lavoratori e non crea un ambiente sereno. Si viene a creare una sensazione generale di negatività nei confronti del “boss”, viene meno il senso di “appartenenza” (tipico dei gruppi coesi) e il dipendente perde fiducia in se stesso.

Il manager ideale deve incoraggiare i suoi dipendenti come già sosteneva Ippocrate, nel lontano quinto secolo a. C., parlando del medico e dei suoi pazienti: “Alcuni pazienti, per quanto consci della gravità della loro condizione, recuperano la salute semplicemente grazie alla soddisfazione per la bontà del medico.” A livello empirico, quando una persona ha fiducia in sé, è sicura dei suoi mezzi, è calma, serena, trasmette queste emozioni a chi le sta vicino. Se, invece, è nervosa, agitata con molta probabilità, trasmetterà questo disagio a tutto l’ambiente che la circonda. Ecco perché essere autoritari, non paga, bisogna essere “autorevoli”, ammettere di avere dei limiti (come tutti), ascoltare il parere altrui.

Quando possiamo affermare che l’azienda ha un gruppo decisionale stimato e autorevole? Per gli psicologi è molto semplice: se a casa si parla con entusiasmo del lavoro appena concluso e se si difende l’azienda da eventuali critiche di amici e conoscenti, esaltando i pregi, allora, siamo alla presenza di un’azienda ben “governata”, ma se questo non avviene e condividiamo le critiche e vediamo sempre i “lunedì neri” lavoriamo in un’azienda “autoritaria”.

Sì è proprio vero, il leader ha delle virtù che lo differenziano dal gruppo per cui, quasi naturalmente, riesce a “distinguersi”, il capo no, il capo è uguale a tutti gli altri solo che lui non lo sa…

Autore dell'articolo: Giuseppe Angelini

3 commenti su “Il rapporto con il capo

    Santokenonsuda

    (07/02/2013 - 10:11)

    Tutto vero, tutta teoria sacrosanta ma empirica.
    E’ vero che un “capo” (ma ti prego non adoperiamo la parola “boss” che ormai è tanto degradata da apparire caricaturale) deve avere la capacità di apparire tale e che nella nostra società la cosa accade di rado, perché in Italia la classe manageriale e quella preposta al coordinamento sono quasi interamente farcite da raccomandati incapaci e presuntuosi incompetenti, ma è anche vero che i lavoratori risultano maggiormente insoddisfatti per i due fattori preponderanti che hanno alterato proprio il rapporto fra aziende e dipendenti: la precarietà e la qualità del lavoro (parliamo ovviamente di terziario).
    C’è gente che non ne può più perché oggi non sa quello che dovrà fare domani e non immagina neanche ciò che dovrà affrontare dopodomani, manca totalmente una pianificazione logica e oculata del lavoro, si va avanti a colpi di “progetti creativi”, in realtà figli di insulse masturbazioni mentali di spocchiosi pseudo-consulenti esterni alle aziende, strapagati per inventarsi “qualcosa” o scimmiottati a distanza da loro “discepoli” che hanno avuto specifici incarichi al riguardo.
    Il risultato è che si va “dove porta il vento”, che l’insicurezza regna sovrana, e che troppi dipendenti hanno perso il feeling con la loro attività lavorativa, oltre a non essere più sicuri del loro futuro che vede a rischio sia il posto di lavoro sia la pensione che sembra allontanarsi sempre più…è questo soprattutto a causare “depressione”.

    Pippo

    (07/02/2013 - 10:26)

    Sono d’accordo con Giuseppe. Il gioco di squadra è fondamentale in tutte le cose, anche sul lavoro. Quando il capitano è uno stronzo la squadra va certamente a rotoli, anche se non è detto che possa andare bene se il capitano sa fare il suo mestiere…….vedi Palermo Calcio.

    Sergio Figuccia

    (07/02/2013 - 10:37)

    Sono vere entrambe le cose. Si sta male al lavoro, e si ci deprime, per l’incapacità dei leader di raffrontarsi con i loro collaboratori, per l’insicurezza, ma anche per la scadente qualità del lavoro, indotta sia dall’eccessivo avvento dell’informatizzazione, che ha svilito la presenza umana, sia dal caos indotto dalla schizzofrenica conduzione delle aziende, sempre più portate a cambiare le carte in tavola giorno per giorno, facendo perdere i punti di riferimento ai dipendenti e alla clientela. E’ follia allo stato puro.

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