Gli arroganti

Pubblicato il: 3 giugno 2013 alle 7:05 am

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Arrogante deriva da “arrogare” termine latino che letteralmente significa “domandare al popolo” ma era usato per indicare chi si attribuiva o richiedeva qualcosa di cui non aveva nessun diritto. 
Per esempio, Tarquinio il Superbo, l’ultimo re di Roma, uccise il re Servio Tullio e con la violenza si “arrogò il diritto di condannare o assolvere a suo piacimento, di mandare in esilio chiunque non gli garbasse, di confiscare beni a chi desiderava”.  

In greco, invece, l’arroganza era detta “Hybris” ed era molto indicativo che il termine avesse due campi di applicazione: civile e religioso. Nel campo civile era pervaso, per i greci, di Hybris chi piegava tutti al suo volere senza alcuna “punizione” da parte della società, quindi era tollerato, nel campo religioso invece l’arrogante si paragonava a un dio e tale superbia era punita con severità.  A tal proposito, Ovidio racconta che la giovane Aracne, abile nel tessere, con tracotanza affermava che la dea Atena avesse imparato l’arte da lei; Atena adirata la trasformò in un ragno condannandola a tessere dalla bocca per l’arroganza dimostrata.

Spesso l’“Hybris” tra i nostri “mega dirigenti banchieri” serpeggia.   Come si riconosce questo individuo che ne è affetto?  Quali sono i suoi atteggiamenti? Le sue caratteristiche?  In estrema sintesi, generalmente, “lui” non ammette repliche, egoista, sprezzante, cultore dell’apparenza, crede di sapere conversare su tutto e tutti, invidioso, ottimo “predicatore” pessimo “razzolatore”, bugiardo.

Più in particolare, Egli (il maiuscolo e la terza persona non sono un nostro errore è voluto da …lui!)  crede di essere l’unico, il più importante, speciale, di far parte di una minoranza di “giusti”.  In realtà è assolutamente privo di empatia, non riesce a immedesimarsi nel prossimo, perciò solo ciò che lui compie è degno di nota e “fatto bene”. Premettiamo che colui il quale è realmente consapevole di avere capacità da vero leader non ha bisogno di “ostentarle”, ma, anzi, usa un atteggiamento semplice, quasi umile in alcuni casi ma mai modesto (pensiamo al papa Francesco).

 L’arrogante, invece, si “pavoneggia”, non ammette i propri limiti tentando di celare una grande solitudine, una scarsa capacità relazionale, una profonda insicurezza. Per meglio comprendere l’arrogante facciamo riferimento ai “fondamentali” della psicologia, pensiamo all’esperienza di tutti noi da bambino.  Tutti abbiamo avuto un bisogno assoluto della mamma e abbiamo sempre espresso i nostri desideri a lei, in lei “rispecchiandoci”, lei è “l’oggetto” del nostro volere.  In un bambino quest’aspettativa è assolutamente comprensibile ma se l’adulto pretende di avere soddisfatto il suo “bisogno” siamo in presenza di una vera “patologia”.  Il bambino piange e urla perché vuole la mamma, noi lo comprendiamo. L’adulto che urla, perché vuole il “controllo” sugli altri per soddisfare, il suo “bisogno” è incomprensibile, è patologico. L’arrogante, quindi, secondo gli psicologi, da bambino, a torto o a ragione, ha percepito che i suoi bisogni sono stati insoddisfatti e non consapevole di questa tara “affettiva” diventa, da adulto, vanitoso, egocentrico, manipolatore, con atteggiamenti intimidatori.

Quel che è ancora peggiore è che, avendo avuto un’infanzia difficile si “vendica” con il prossimo mostrando un’assoluta insensibilità. Questa “mancanza affettiva”, inoltre, lo spinge a cercare, presto e subito, gratificazioni e prebende varie, (pensiamo alle campagne commerciali stressanti che impongono) e se non raggiunge la “carezza” sperata, pur avendo “schiaffeggiato” e umiliato chiunque gli “ostacoli il passo”, diventa… “rabbioso” (= il bambino che grida e piange a squarciagola).  Possiamo quindi affermare che dietro l’arroganza ci sia una grande fragilità e un’infanzia triste che spesso è nascosta da una grande iperattività. 

Altra caratteristica dell’arrogante è che non vi ringrazierà (quasi) mai. Se ringraziamo, significa che riconosciamo “valore” al prossimo, una “dipendenza” nei confronti di chi ci ha “donato” qualcosa (esempio positivo: il bambino che si sente amato). Ricordatevi, quindi, che l’arrogante, fragile inconscio, non sarà quasi mai riconoscente .

Come affrontarlo?  Innanzi tutto, armiamoci di tanta, tantissima pazienza, spieghiamo con calma le nostre ragioni, cerchiamo degli alleati (il vero sindacalista può essere utile), evitiamo lo scontro perché  è quello che vuole ed è molto facile cascarci perché è spesso, purtroppo, cafone e presuntuoso. 

Se, invece, chi legge ha la lungimiranza di riconoscersi nelle caratteristiche dell’arrogante, chieda aiuto al suo migliore amico (sempre che ce l’abbia, sopportare un arrogante non è certo facile) e accetti incondizionatamente tutti i suoi suggerimenti;  in assenza di amici e in caso di professione in ambiente bancario, l’arrogante consapevole potrà comunque chiamare la FABI che sarà sempre disponibile al dialogo …  non è mai troppo tardi per una redenzione.

Ricordatevi, comunque, le parole di Charles Darwin: “ L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina. Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente degli animali”.   Ecco, questo è un altro illustre pensiero sull’arrogante, quando il “tracotante” grida, sbotta, bofonchia, dileggia, giudica, pensiamo alla teoria dell’evoluzione della specie perchè abbiamo dinanzi a noi l’anello debole della catena …

Autore dell'articolo: Giuseppe Angelini

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