Il sogno dell’impiegato

Pubblicato il: 11 settembre 2013 alle 7:03 am

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Il termine desiderio deriva dal latino “de-sidera”: de = mancanza, sidera= stelle, mancanza di stelle, dei segni augurali. In parole semplici, noi desideriamo qualcosa che non possediamo, qualcosa che possa soddisfare un bisogno fisico o spirituale.

Che cosa desidera oggi un impiegato? Alcune cose che ieri sembravano scontate ma che oggi non lo sono più: certezza del posto di lavoro, mansioni adeguate all’esperienza e alla professionalità acquisita, premi incentivanti equi, giudizi sul suo operato obiettivi.

Ci rendiamo conto che questi sono solo quattro desideri, ma chi ne ha soddisfatti almeno due può ritenersi fortunato.

Eraclito (nel 500 a. C.) diceva: “Difficile è la lotta contro il desiderio, poiché ciò che esso vuole lo compera a prezzo dell’anima”. Quanti di coloro che svolgono mansioni di lavoro subordinato provano questa sensazione quando pensano ai molti sacrifici che fanno giornalmente e al tempo che sottraggono ai loro affetti più cari?

Platone, filosofo, nel lontano 400 a. C. affermava che il desiderio è “l’effetto di una mancanza”. In effetti, all’impiegato di oggi “manca” un vero premio di produttività, magari una promozione “sul campo”, una carriera…: quanti desideri!

Nel 300 a.C. Epicuro, filosofo greco, sul tema affermava: “Di fronte a ogni desiderio bisogna porsi questa domanda: che cosa accadrà se il mio desiderio sarà esaudito e che cosa accadrà se non lo sarà?

Ecco, i “mega dirigenti” hanno fatto propria la prima domanda (i loro desideri sono sempre lautamente soddisfatti), lasciando al resto della classe impiegatizia la seconda (nessun esaudimento).

Le conseguenze sono devastanti, perché alla fine le continue aspettative deluse e negate portano tristezza, apatia, insonnia, disistima, depressione.

In compenso i mega dirigenti conoscono benissimo il pensiero di Aristotele mettendolo con noi in pratica: “È nella natura del desiderio di non potere essere soddisfatto…”.

Infatti, oggi abbiamo una pletora d’insoddisfatti e i soliti “quattro” felici.

In realtà il concetto è abbastanza chiaro: se il desiderio è “mancanza”, se colmo il vuoto, non desidero più, ho soddisfatto il mio bisogno.

Dispiace che siano solo i “sottoposti”, come li chiamerebbe Fantozzi, ad avere tanti desideri… Spinoza (1600 circa) sosteneva che: “… non vi è alcuna differenza tra desiderio e appetito …”. Verissimo, uno sazio (megadirigente) e migliaia i digiuni, ma il sazio è proprio obeso e i digiuni, purtroppo, sono dei veri morti di fame, altro che “appetito”!

In fondo gli impiegati non chiedono “la luna”, desiderano solo che, per esempio, nei cosiddetti “premi incentivanti” (sempre più “disincentivanti” per come sono gestiti) ci sia un’equa distribuzione e non le solite “grandi abbuffate” per pochissimi amici.

Marcel Proust (1900 circa) affermava: “Noi non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia”.

Come dargli torto? Ho il desiderio della carriera? Nessuna promozione; mi accontento di un assegno “ad personam”; niente assegno? Mi accontento di un premio “una tantum”; niente premio? Mi accontento di avere lo stipendio (anche se, almeno quello, dovrebbe essere considerato “dovuto” dal datore di lavoro).

Assistiamo a una gara al ribasso dove, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno, l’unico desiderio che hanno lasciato alla classe impiegatizia è quello di trovare al lavoro la propria “sedia” (posto)  non occupata da altri.

Paradossalmente anche questo è un “desiderio” perché, spesso e purtroppo, le donne che rientrano dalla maternità, o i lavoratori a lungo assenti per malattia, perdono “il posto” e non trovano più, almeno nel breve periodo, mansioni equivalenti a quelle che avevano lasciato.

Per comprendere al meglio il “desiderio” dell’impiegato è necessario però fare riferimento al grande Freud. Infatti, egli sostiene che il “sogno” è un “desiderio nascosto”.

A dire il vero, gli impiegati non nascondono poi tanto i loro desideri, quante volte infatti hanno “rivelato” al prossimo i loro “sogni”? Quante volte hanno chiesto soddisfazione per le proprie legittime aspirazioni di carriera, regolarmente mortificate? Tante volte… troppe!  Purtroppo, sono rimasti solo i sogni!

Ogni lavoratore potrebbe riempire le pagine di un libro con i propri desideri, con i suoi sogni non esauditi; e in certi casi si potrebbe scrivere perfino una intera enciclopedia.

Autore dell'articolo: Giuseppe Angelini

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