Chiedere lavoro non può essere considerata un’offesa

Inserito da admin
Mar 21 2017
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Siamo certamente tutti sdegnati per le scritte apparse a Locri il giorno dopo manifestazione nazionale della Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, ma vogliamo fare una riflessione un po’ in controtendenza.

Intanto non dovremmo ritenerci offesi quando ci etichettano come “sbirri“; è la stessa cosa che accade quando ci accusano di essere “populisti“, o magari “terroni“. Dovremmo offenderci se ci ritengono onesti, civili, contrari alle caste di farabutti che ci derubano e affezionati alle nostre terre del meridione d’Italia?
Noi non ci riteniamo in alcun modo ingiuriati quando ci dicono così, e se qualche scriteriato pensa invece di colpirci con questi “marchi”, dovrebbe invece comprendere la gravità infamante di essere considerato “camorrista”, ” ‘ndranghista” o ” mafioso “.
Tuttavia gli italiani, forviati come al solito dai media, non hanno probabilmente riflettuto su una delle scritte che, più che un’offesa, ci appare piuttosto una drammatica richiesta di aiuto.
Scrivere: “PIU’ LAVORO, MENO SBIRRI” non vi sembra più un urlo di dolore che un’offesa contro lo stato?
Ma quale ‘ndranghista chiederebbe alle istituzioni di lavorare proprio per non essere costretto a delinquere?
Allo stato italiano, che si indigna per essere criticato dopo una manifestazione contro la delinquenza organizzata e “scatena” i suoi “bracci armati” dell’informazione pubblica, vorremmo ricordare che proprio oggi l’istat ha segnalato che in Italia UN MILIONE di famiglie tirano a campare senza un lavoro.
Signor Mattarella, signori ministri della Repubblica, signori politici del parlamento, la delinquenza cresce sulla disperazione, proprio come fa l’erba velenosa sulla terra arida.
Se vogliamo scippare manovalanza alle organizzazioni malavitose serve il LAVORO, non i cortei o le sollevazioni popolari per qualche disperata scritta, magari pure scorretta nella grammatica e nel concetto di base.

One Response

  1. admin ha detto:

    Questa che segue è la nostra risposta a una lettrice che non ha interpretato bene il contenuto dell’articolo e ci ha accusato, sulla nostra pagina di Facebook, di “inneggiare alla mafia”, di spacciarci per giornalisti, e di non capire il significato di quello che scriviamo:

    Quando si giudica un testo e ci si spaccia per lettori arguti bisognerebbe capire ciò che si sta leggendo senza cadere nei soliti preconcetti. L’articolo non vuole lanciare alcun messaggio, né occulto, proprio come fa la mafia, né palese. In lingua italiana la scritta “più lavoro” non implica alcuna apologia alla delinquenza, ma solo un bisogno di un rapporto di utilità e onestà con la società civile per poter guadagnare la “pagnotta” quotidiana senza andare a delinquere. L’abbiamo interpretata come una sorta di “richiesta di aiuto” allo stato che negli ultimi anni non è stato capace (ed è un compito delle istituzioni, non certamente del Popolo) di arginare la dilagante disoccupazione. L’assoluta negatività, di cui parla lei, non sta dunque nell’articolo ma in questa inadeguatezza delle istituzioni). Abbiamo anche spiegato come l’epiteto di sbirro nel linguaggio comune, e chi ha sporcato i muri a Locri non è certo un membro dell’Accademia della Crusca, è ormai sinonimo di Agente di Polizia, se si consulta il vocabolario dei sinonimi e contrari, infatti, si rilevano come sinonimi della parola “sbirro” proprio “poliziotto” o “gendarme”, sta nell’interpretazione personale trovarci risvolti più o meno ironici, ma certamente nulla di offensivo, un lavoro come un altro. A ritenerci “offesi” invece dovremmo essere proprio noi di Striscia la Protesta che da lei siamo stati ingiustamente accusati di apologia di reato e paragonati a “giornalisti”. Quello che lei sta leggendo non è un giornale, nell’era della comunicazione dovrebbe conoscere la differenza fra un cronista e un blogger, ma evidentemente confonde un po’ le cose, proprio come ha fatto leggendo questo testo e interpretandolo come una esaltazione della sottocultura mafiosa.

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