Ma come parlano i giornalisti delle tv italiane

Pubblicato il: 28 novembre 2018 alle 1:13 pm

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Copiate e incollate sul vostro browser questo indirizzo web: https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/tg5/ponte-di-genova-procura-e-progetti_F308717201325D05

Attenzione però, vi propongo questo servizio televisivo di Canale 5 non per i suoi contenuti giornalistici, piuttosto per evidenziare uno strano (e diciamolo pure “orrendo”) modo di parlare adottato ormai da quasi tutti i giornalisti e lettori degli italici telegiornali.

E’ solo un esempio, in questo caso a “parlare a scatti” è la giornalista di Mediaset Rosanna Piturru, ma questo curioso slang, che ricorda molto da vicino le voci dei vecchi robot (ma oggi anche gli stessi robot più evoluti parlano meglio), è comune a decine di suoi colleghi della televisione. Una delle prime a “lanciare” la moda è stata Valentina Bisti della Rai, ma è inutile fare altri nomi perché quasi nessuno ormai riesce a sottrarsi a questa odiosa pratica verbale; siano essi uomini che donne fanno certamente rivoltare nelle rispettive tombe gli scrittori, gli intellettuali, i poeti e gli attori del passato che della corretta lettura dei testi e del rispetto della punteggiatura avevano fatto il loro principale precetto professionale.

Si tratta di una “moda” ormai dilagante, probabilmente creata da qualche creativo consulente di comunicazione o da qualche specifica agenzia che dovrebbe segnalare ai professionisti delle tv i modi migliori per presentarsi al pubblico ed esporre le notizie; ma potrebbe anche essere una stupidaggine partorita dai soliti assurdi manuali che hanno la pretesa di essere formativi in certi settori specifici come quello dell’informazione mediatica, o la precisa scelta di qualche regista televisivo imposta a colei, o colui, cui era stata affidata la conduzione di un tg, poi scimmiottata dagli altri giornalisti smaniosi di restare sempre aggrappati alle tendenze del momento per garantirsi (secondo loro) il massimo del gradimento negli indici di ascolto.

Forse questo vezzo è nato per la frenesia di dare “patos” aggiuntivo alla drammaticità dei servizi, come se i telespettatori fossero tutti desiderosi di ascoltare solo notizie drammatiche, lette pure con tecniche ansiogene che ne possano aumentare le reazioni emotive.

Così le virgole e i punti del testo da leggere saltano allegramente dalla corretta posizione imposta da chi lo ha scritto a quella liberamente scelta da chi lo legge pedestremente, quasi fosse in preda a un irrefrenabile singhiozzo. Talvolta le pause interrompono la frase fra il verbo e il complemento oggetto, altre volte gli aggettivi subiscono la separazione dal loro naturale sostantivo, rischiando tra l’altro di essere erroneamente accoppiati dagli ascoltatori ad altri successivi sostantivi cui non hanno nulla a che fare stravolgendo il significato stesso del testo originale.

Per farmi capire meglio riporto qui di seguito pochi stralci del servizio di Rosanna Piturru relativo al crollo del Ponte Morandi di Genova, che probabilmente avete visto in precedenza (c’è il relativo link web all’inizio di quest’articolo) senza rendervi conto però delle estemporanee pause adottate dalla giornalista, proprio perché entrate ormai nella normalità dei servizi televisivi:

“… del Palazzo (pausa) di Giustizia”

“… costato la vita a 43 (pausa) persone”

“… accompagnato dal suo (pausa) legale”

“… che potrà avvalersi (pausa) della facoltà di non rispondere”

“… così (pausacome (pausaè (pausaavvenuto per la maggior parte …”

Sinceramente io ho nostalgia dei vecchi lettori dei tg degli anni ’50, ’60 e ’70, Riccardo Paladini, Luigi Carrai, Marco Raviart, ecc. o delle prime “signorine buonasera” (allora i tg erano appannaggio degli uomini) Fulvia Colombo, Nicoletta Orsomando, Mariolina Cannuli, Rosanna Vaudetti ecc., tutta gente che non avrebbe di certo accettato di parlare ai telespettatori come i droidi di Star Wars, purtroppo però i tempi sono cambiati e non certo in meglio, oggi alla professionalità e alla preparazione culturale vengono preferite in televisione altre prerogative che non rientrano certamente nella cosiddetta “qualità“.

 

Autore dell'articolo: Santokenonsuda

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