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Sgarbi, forse per la prima volta nella sua vita, è riflessivo e accantona saggiamente le sue “animalesche” (capra, capra, capra) esaltazioni televisive.
In un’intervista Vittorio Sgarbi ha dichiarato infatti con grande serenità:
“C’è un momento in cui la vita smette di essere un accumulo e diventa, inevitabilmente, una sottrazione. A 71 anni, il calcolo è matematicamente spietato: ho già consumato la parte più grande della mia clessidra. Oggi non abito più nel tempo dei progetti, ma nel tempo della perdita. Ogni giorno che arriva non è un regalo, è un altro pezzo di strada che si accorcia verso quel muro d’ombra. Mi dicono: “Goditi il presente”. Ma come si fa a godere del panorama quando sai che il treno corre verso un binario morto?
Mi sento in un tunnel dove la luce alle spalle si affievolisce e quella davanti non esiste. E la solitudine più grande non è l’assenza di persone, ma l’impossibilità di essere compresi. Chi mi sta intorno sorride, minimizza, sposta lo sguardo. Non capiscono che il mio non è pessimismo: è la lucida visione di chi vede il traguardo e non ha nessuna voglia di tagliarlo.
Guardo avanti e vedo l’inverno. E questa consapevolezza, nuda e ferina, è un peso che porto da solo.“
Mi sento in un tunnel dove la luce alle spalle si affievolisce e quella davanti non esiste. E la solitudine più grande non è l’assenza di persone, ma l’impossibilità di essere compresi. Chi mi sta intorno sorride, minimizza, sposta lo sguardo. Non capiscono che il mio non è pessimismo: è la lucida visione di chi vede il traguardo e non ha nessuna voglia di tagliarlo.
Guardo avanti e vedo l’inverno. E questa consapevolezza, nuda e ferina, è un peso che porto da solo.“
A 71 anni, proprio l’età anche di chi sta scrivendo queste poche righe di accompagnamento, si devono adottare chiavi di lettura della vita non più improntate sulla glorificazione del proprio ego, come fanno praticamente tutti nella giovane e media età, piuttosto fondate sulla lucida consapevolezza di cosa è stato fatto in passato e su quello che ci aspetta in un futuro ormai meno “corposo” rispetto al nostro vissuto.
Non è affatto depressione, è coscienza, è corretto discernimento, è la filosofia della vita che per 50/60 anni è stata accantonata nel nostro animo perché eravamo troppo intenti a farci notare dagli altri o a costruirci “trampolini” per saltare addosso al nostro prossimo, nel disperato (perché spesso è tale) tentativo di dominarlo.
Oltre i settanta anni di età, almeno per chi non è ancora in preda ai fumi della supremazia e del protagonismo a tutti i costi (e purtroppo questi scriteriati anche se vecchi sono in tanti) si dovrebbe concedere al pensiero e alla ponderazione quello spazio riservato in passato all’esaltazione e all’autoreferenzialità. La morte, quando arriva, cancella TUTTO, quindi vale proprio la pena continuare ad arrovellarsi alla ricerca di qualcosa di estremamente futile che quanto prima non avrà più alcun motivo di esistere?

