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Quando il male nega se stesso

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Hind Rajab era una bambina palestinese di 5 (cinque) anni. È stata uccisa dai “militariisraeliani insieme a tutta la sua famiglia il 29 gennaio del 2024.
 
Dopo la morte di tutti i passeggeri dell’auto (e quindi anche dei suoi familiari) sulla quale viaggiava nel tentativo di fuggire da Gaza, era rimasta in vita solo lei e la cugina Layan che cercò di chiedere aiuto telefonando alla Mezzaluna Rossa Palestinese. Subito dopo la sua chiamata anche Layan venne assassinata. La Mezzaluna Rossa richiamò ma rispose la povera Hind rimasta sola nell’auto: “Venite a prendermi” disse piangendo, ma un certo orrido tizio, identificato anagraficamente col nome di “sean glass” ma probabilmente neanche appartenente alla razza umana, ordinò di aprire nuovamente il fuoco sull’auto della famiglia Rajab pur sapendo benissimo che dentro c’era ormai solo una bambina.
 
355 colpi (TRECENTOCINQUANTACINQUE) annientarono definitivamente il veicolo palestinese e massacrarono la bimba di 5 anni (CINQUE) che evidentemente poteva costituire un “gravissimo pericolo” per l’idf che “difendeva” israele e i sionisti del kaiser.
 
La storia non ce la siamo inventata noi o i detrattori del governo israeliano, l’ha raccontata e ricostruita uno dei quotidiani più famosi del mondo: IL WASHINGTON POST (perfino organo statunitense, e questo la dice lunga sulla correttezza della notizia) tanto attendibile da ricavarne perfino un premiatissimo film di caratura internazionale.
 
Ovviamente israele nega, nega tutto proprio come fanno tutti gli assassini del mondo quando si vedono incastrati dall’evidenza.
Ma negare l’evidenza serve solo a confermare per tutti la colpevolezza, e appare perfino grottesco che il “male assoluto“, tanto diffuso ormai sul nostro povero pianeta in agonia, debba perfino ricorrere all’inganno più plateale per tentare, comunque inefficacemente, di costruirsi agli occhi del mondo un’immagine di correttezza che non gli compete minimamente.
Meglio a questo punto evitare il ridicolo e inconcludente mascheramento e confessare le proprie malefatte; anche il “male” dovrebbe avere una sua dignità comportamentale.

Autore dell'articolo: Sergio Figuccia

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