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La nostra triste Odissea fra i flutti della tecnologia

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Abbiamo letto su una pagina Facebook un’ottima recensione dell’Odissea di Nolan che mette in evidenza l’incapacità di percepire correttamente la bellezza della creatività umana che ormai domina su gran parte della popolazione mondiale. È un post dello scrittore Simone Rausi che riportiamo integralmente in calce a questo nostro articolo.
 
Siamo tutti presi dalla scadente, futile ed effimera massa di proposte digitali che la tecnologia ci impone giornalmente, e non ci rendiamo più conto che la nostra testa non sa più discernere la grandezza dell’arte dalla melma informe di inutilità che ci piove addosso pilotata dai maledetti smartphone.
 
Nolan, forse proprio per questo, ha bandito il “digitale” riabbracciando l’analogico, anche se la “grandezza” della sua idea cinematografica va ben oltre quella dei giganteschi fotogrammi dell’IMAX.
La sua Odissea è un capolavoro non solo di tecnologia ma anche di “umanità“, tirata fuori con attenzione, e cura quasi maniacale, da un altro capolavoro “dell’umanità” sepolto dal tempo ma non dalla coscienza popolare.
La nostra Odissea, quella del popolo contemporaneo, schiavizzato dalla tecnologia, la nuova maga Circe del terzo millennio dell’umanità, è invece quella che stiamo vivendo tutti noi in mezzo alle tempeste high-tech che ci incantano proprio come le “sirene” di Ulisse. Da quelle voci ammaliatrici, che ci stanno mangiando il cervello, non riusciamo più a distaccarci, e NESSUNO potrà tirarci fuori da quel terribile fascino se non avremo la capacità intellettiva di liberarcene da soli.
 

Post del 24 luglio 2026 di Simone Rausi su Facebook
 
“Ieri sera sono andato a vedere Odissea di Christopher Nolan e, mentre un Polifemo di 15 metri staccava la testa a un soldato, pensavo: che peccato che adesso ci piacciono le cose piccole, invece di quelle grandi. E che gran peccato che preferiamo le cose facili a quelle belle.
#Odissea non è un film difficile, anzi. E meno male. Vi immaginate cosa poteva uscire dal poema epico più ambizioso di tutti feat il regista più cervellotico di sempre? Mi aspettavo qualcosa come i gemelli di Holly e Benji che tirano insieme il pallone e lo deformano. Ero pronto a farmi uscire il sangue dal naso. Invece no.
Christopher Nolan si sarà confessato o avrà avuto una stagione di calcetto impegnativa. Forse qualcuno gli avrà detto: Christopher, vogliamo metterci sedici piani temporali pure stavolta? Ma un po’ di tenerezza, un’emozione, gliela vogliamo dare a questo film? Quindi niente Nolan di Inception, niente Interstellar (quello mi ha fatto venire la febbre la notte stessa): questo è il suo film più accessibile.
Ma solo al cinema.
A casa vostra, l’appassionante avventura di Ulisse diventa un ted talk di Mario Draghi sulla Frammentazione normativa. Sul divano ci saremmo distratti alla scena tre. Perché?
Perché siamo diventati incapaci di seguire un film. Pure un bel, BEL, film come questo. E non è quasi mai colpa della storia. Odissea dura tre ore ma ha un ritmo incalzante che manco il gioco finale della Ruota di Gerry e Samira. Ha un’estetica curatissima, quasi ossessiva, anche se il deserto acquatico senza confini di Calipso a tratti sembra lo spot di un profumo. Ha una colonna sonora che ti entra sotto la pelle, ti sposta gli organi, perché non sembra fatta di note ma di echi e urla, deformate, campionate. Tutte le scene che avete studiato al liceo le vedrete con occhi nuovi, dietro una lente modernissima che mette il Body Horror nel segmento di Circe e leva la voce al canto delle Sirene. C’è un cast pazzesco, qualcosa come sette premi Oscar ogni due scene, ma noi, a casa, avremmo preferito Cara Villain su Tik Tok che ci spiega come ha fatto il tiramisù al limone.
Quindi torniamo all’inizio: che peccato che ci piacciano le cose piccole invece di quelle grandi. Schermi di 16 centimetri invece che di 15 metri. Gente che cade per 10 secondi invece di storie che respirano per due ore. Che peccato che preferiamo le cose facili a quelle belle. Cose che ci sfiorano la fronte il tempo di muovere un dito, invece che entrarci dentro la testa.
Ma non è vero, penserai, ci sono le file nei cinema.
E infatti, ieri, la sala era gonfia di gente. È vero.
Ma questo non è più il nostro modo di approcciarci ai racconti. Non è l’ordinario, ma lo straordinario.
Non andiamo al cinema per perderci dentro una storia. Andiamo per non perderci l’evento.
E, in generale, non riusciamo a perderci in una storia neanche davanti alla tv, dopo cena, a meno che non sia quella di Instagram. Le storie che invece ci accompagnavano a dormire davvero, quelle dei libri, stanno messe anche peggio. Fino a qualche tempo fa leggevo tutte le notti, prima di prendere sonno. Ora lo faccio molto meno. Accanto al libro, sul comodino, ho messo anche il caricabatterie.
Non è una colpa e non è sbagliato. È solo un peccato.
“Rinuncia al controllo e vivi” dicono ad Ulisse a un certo punto del film. Dovremmo farlo più spesso. Dovremmo vivere una storia di due ore con 200 persone in una sala o con la persona che amiamo su un divano invece che vederne una di 30 secondi con mille follower collegati.”

Autore dell'articolo: admin

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