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La montagna, anzi le montagne, non hanno partorito il classico topolino, neanche uno esile e malaticcio, nonostante il colossale dispiegamento mediatico e la scenografia grandiosa che voleva consegnare alla Storia un evento di per sè risibile. La cui insignificanza risalta maggiormente se riportiamo il nastro della registrazione a pochissime ore prima, quando Trump afferma davanti ai microfoni di questa Storia – col suo classico mix di grandiosità e imprudenza – : “mi sentirò felice se oggi stesso porremo fine alla guerra e alla morte di tante persone“.
Ma l’idea ricorrente di un aspirante premio Nobel dilettante di porre fine d’incanto a un conflitto sanguinoso e distruttivo anche questa volta non sembra avere nessun riscontro reale.
La tensione di Trump è tale che, da persona perennemente discontrollata quale è, non riesce a trattenere un applauso quando Putin, con la disinvoltura di un cinico dittatore professionista, si avvia verso di lui all’incrocio dei due tappeti rossi; un passaggio che suscita tanto imbarazzo alle reti televisive americane, da cancellarlo immediatamente dalle registrazioni.
Altro sgradevole e deprecabile colpo di teatro quando il russo fa finta di non sentire la domanda del giornalista che a bruciapelo lo interroga sulle morti dei civili ucraini, con la stessa strategia della ipoacusia “a convenienza” adottata spesso dal suo amico americano.
Seppure di scarso impatto – almeno nell’immediato – sulla fine del conflitto, l’incontro, ovviamente, dei significati ce li ha; a cominciare dal tentativo dei due di rilanciarsi sulla scena geo-politica mondiale, con modalità reciprocamente e collusivamente seduttive, di ridisegnare questa scena tenendo ai margini un’Europa debole e incerta, dí affiancare sempre e comunque alle questioni politiche internazionali gli interessi economici e gli affari.
La vita e la morte della gente, gli interessi reali dei popoli, il bene comune e il vero progresso umano, come questi due pessimi individui ci hanno abituato al di là delle loro opportunistiche manfrine di facciata, non sembrano trovare alcuno spazio di senso e di valore nelle loro agende.
