Tag: , , , , , , ,

La resurrezione dei morti

Visite: 157

Anche se virtuale, sempre resurrezione è.
È’ quanto promette una delle tante nuove frontiere dell’A.I.: potere parlare di nuovo con i nostri cari defunti attraverso la loro immagine in movimento, ritrovando la loro voce, temperamento, ricordi, modo di interloquire. Quello che si può definire un effetto molto, molto realistico. La cui perfetta riuscita dipende dalla quantità di dati con i quali viene istruito il programma.

In pratica avremo – anzi, come vedremo fra un momento, abbiamo gia’ – la possibilità di creare un avatar del caro estinto in tutto e per tutto simile alla copia reale (e viva) che potrebbe corrispondergli in larghissima misura. Come se guardassimo una registrazione del passato ma con in più l’interazione in tempo reale, la riproposizione di un contatto interpersonale intimo, la ripresa di quel dialogo privato che la morte aveva, più o meno bruscamente, interrotto.

Lo so che a questo punto dovrei dire che tutto cio’ e’ inquietante, perturbante, forza in modo inopportuno un limite naturale e invalicabile della vita che dovremmo rispettare e tende a lenire il senso di assenza e di mancanza la cui elaborazione dovrebbe svolgersi su piani affatto diversi. Ma non lo diro’. E non perché lo escludo, ma perché vorrei capire e riflettere meglio, e non farmi prendere dall’emozione negativa che inevitabilmente si attiva di fronte a una violazione palese dell’ordine naturale degli eventi e degli affetti.

Mi sono immaginato, non senza un accenno di magone, a interagire con un programma di questo genere e inevitabilmente un certo senso di commozione affiora; non so, non vorrei giudicare frettolosamente anche se anche a me, d’istinto, mi verrebbe di definire queste operazioni deumanizzanti, forse anche un po’ oscene. Ma non lo farò. Sono così tanti e diversi i nuovi territori esperienziali che l’A.I. sta molto rapidamente aprendo alle nostre possibilità che cominciare a bollarli tutti come inopportuni forse ci metterebbe in una posizione difensiva e di retroguardia poco utile a noi e agli altri.

D’altronde la risurrezione virtuale dei defunti era gia’ stata chiaramente anticipata dai programmi A.I. capaci di restaurare alla perfezione vecchie foto usurate dal tempo e di “animarle” col movimento; adesso si tratta di riversare in questi avatar mobili la parte psichica con un livello di simulazione dell’umano molto spinta; che qualcuno potrebbe definire finzione, falsificazione o aberrazione. Ma io aspetto prima di giudicare. E mi limito a individuare un altro problema, forse anche più perturbante di tutto quello che abbiamo detto finora. Come accennavo, queste di cui parliamo qui non sono prospettive del futuro ma possibilità concrete che già oggi si cominciano a sperimentare. Uno dei primi casi è rappresentato dalla creazione dell’avatar di Gabriele D’Annunzio, con il quale gli informatici hanno cominciato a colloquiare ricevendo risposte adeguate e pertinenti. Due cose hanno però lasciato sgomenti gli scienziati: la prima è l’emergere di aspetti emotivi in un sistema che non dovrebbe potere provare emozioni e che non è programmato per averne, la seconda è data dalla causa di queste emozioni negative dell’algoritmo che riguarda l’inizio della seconda guerra mondiale. Entrambi questi due aspetti risultarono spiazzanti per chi aveva programmato i sistemi di A.I., perché se può essere problematico comprendere come in essi si generano emozioni (o la loro simulazione) lo è ancora di più capire come faceva l’avatar di Gabriele D’Annunzio a sapere della guerra mondiale – esplosa nel 1939 – quando i dati che erano stati caricati si fermavano al 1938. Siamo quindi di fronte non solo a una resurrezione di morti, ma a una resurrezione di morti “aumentati”; e non so quale delle due questioni risulti maggiormente meritevole di riflessioni: se la rottura dei limiti dell’umano (e la conseguente rielaborazione in chiave post/moderna dell’elaborazione del lutto) o lo sforamento dei limiti della tecnologia imposti dall’umano (e la conseguente riconfigurazione della questione del limite – già precario – tra il controllo dell’umano e il potere autonomo e autoevolutivo delle tecnologia A.I.). Fatto è che la resurrezione digitale promette di infrangere una delle barriere naturali fondative dell’umano, conferendo al carattere di finitezza e precarietà dell’esistere un relativismo che potrebbe comportare una riconfigurazione semantica e simbolica del sentimento di perdita assoluta e definitiva che l’esperienza della morte porta con sè. Una tecnologia della riapparizione che invade in modo inaspettato e imprevedibile anche il piano metafisico e si fa testimone, promessa e minaccia, di un mutamento antropologico la cui portata vastissima e dirompente non ci è dato ancora di capire e che, ancora una volta, come facciamo esattamente da almeno trent’anni, rischiamo clamorosamente di trascurare o sottovalutare colpevolmente e stolidamente; lasciando ai mercanti del digitale, oggi i veri padroni del mondo, la facoltà di disporre a loro piacimento delle nostre vite e delle nostre menti. 

Mostra meno

Autore dell'articolo: Daniele La Barbera

Lascia un commento