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Nella mia attività professionale capita con una certa frequenza – con sempre più frequenza – di incontrare giovani donne con disagi emotivi, anche rilevanti e pervasivi, legati a brusche interruzioni di relazioni sentimentali, a volte di lunga durata, agite dal compagno, spesso convivente, alla richiesta di evoluzione del rapporto in direzione matrimoniale o procreativa. Sono dinamiche relativamente nuove rispetto al passato ma che nello spazio di pochi lustri si impongono alla nostra attenzione e assumono un significato caratterizzante nella prospettiva di comprendere come si sta modificando non solo l’equilibrio tra maschile e femminile nel rapporto di coppia, ma anche la psicologia maschile nelle varie fasi di questo rapporto e nei suoi passaggi critici.
La comprensibile risposta depressiva della donna, ai limiti di un disturbo da stress post-traumatico, richiama tutta la difficoltà di tollerare una perdita grave e imprevedibile e di rimodulare l’intera prospettiva sentimentale ed esistenziale, spesso in totale assenza di risonanza del partner, latitante o scarsamente presente e supportivo.
Il linguaggio si e’ dovuto adattare e innovare rispetto alla numerosità di tali situazioni, inventando neologismi atti a denominarle, di cui il ghosting è uno dei piu’ conosciuti. In tali penose circostanze accade non raramente che la donna precipiti in un baratro affettivo, che non e’ solo un vuoto di sentimento, ma soprattutto un vuoto di senso, che ha a che fare col dovere risignificare un’intera esperienza relazionale con la emergente consapevolezza che il partner l’ha vissuta in modo molto più inconsistente, aleatorio e superficiale.
L’assenza presente quindi, e’ dolorosamente amplificata dalla sensazione di disvalore di tutto ciò che per anni sembrava avere e creare valore e significato. Le cause di tutto ciò e le possibili spiegazioni non sono semplici, ne’ univoche, ne’ lineari. Dire, come spesso si dice, che l’uomo, novello Peter Pan, oggi fugge dalle responsabilità perché non sa gestirne il peso, e’ solo una piccola parte della questione, molto più ampia in quanto richiama importanti e rilevanti cambiamenti della psiche individuale e collettiva in ordine alla capacità di coltivare, mantenere e sviluppare i legami affettivi, di inserire tali legami in una progettualita’ esistenziale, nel rispetto e nella valorizzazione dell’altro/a.
Tra i tanti aspetti che la questione si presterebbe a discutere, e che se volete potete proporre nei commenti, io rileverei due questioni basiche e cioe’ capacità di amare e narcisismo, peraltro intimamente e, direi, strutturalmente collegate, dato che il vistoso calo – che oggi si osserva – delle competenze affettive legate all’empatia, da una parte correla con l’intensificarsi delle quote narcisistiche nell’organizzazione della personalità, dall’altro e’ il fondamento della capacità di provare e dare amore in modo maturo e reciprocamente gratificante.
Non avendo più regolatori socio-familiari contenitivi o costrittivi, la nostra competenza a mantenere rapporti stabili e duraturi e’ consegnata totalmente ed esclusivamente ai nostri affetti e alla nostra capacita’/volonta’ di amare, abilità che, anche per le ragioni sopra accennate, tende a indebolirsi sempre di più, confondendo di frequente l’amore col desiderio, appagamento, opportunismo, sollecitazione emotiva o sessuale, o, ancora, un fallace e illusorio mix di tutto questo che – di nuovo – non è amore ma qualcosa che può assumerne transitoriamente le parvenze, svelando la sua inconsistenza quando il gioco relazionale, col passare degli anni, si fa più impegnativo e vengono richieste stabilità e certezze.
La tendenza a liberarsi rapidamente dei ricordi affettivi legati a un rapporto appena conclusosi, l’assenza a volte totale di nostalgia, la disponibilita’ pressoché immediata a iniziare una nuova relazione sentimentale, mi sembrano altri elementi che diversificano le reazioni maschili e femminili all’interruzione di una relazione significativa segnalando in maniera incontrovertibile le vicissitudini importanti che attraversano oggi le relazioni sentimentali e testimoniando la grave crisi trasformativa che la società nel suo insieme sta attraversando e che richiederebbe un’abitudine, e quindi un’educazione, all’impegno trasformativo; laddove, invece, oggi sembra che molti aspetti delle esperienze infantili e dell’adolescenza – anche avanzata – tendano a sviluppare il disimpegno e la deresponsabilizzazione.
Gli uomini che fuggono dalle donne, così come – all’altro estremo – gli uomini che inseguono le donne, stalker e persecutori vari, evidenziano entrambi, pur con comportamenti opposti ed esiti molto differenti, l’attuale estrema difficoltà del genere maschile da una parte ad amare, dall’altra ad accettare di non essere amati, in una società che andrebbe rieducata all’amore e al suo potere benefico, trasformativo e maturativo.
