Metti in banca la Sindrome di Stoccolma

Pubblicato il: 12 novembre 2011 alle 7:57 pm

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Nell’Agosto del 1973, in Svezia, nella città di Stoccolma, due rapinatori tennero in ostaggio per sei giorni quattro impiegati di una banca (la “Kreditbanken”) i quali, con grande sorpresa degli inquirenti, una volta rilasciati, espressero sentimenti di solidarietà verso i propri sequestratori arrivando a testimoniare in loro favore, chiedendo la clemenza della corte.

 Conrad Hassel, agente speciale del FBI e il criminologo Nils Bejerot, definirono, allora, l’episodio con la locuzione di “Sindrome di Stoccolma”, stato psichico in cui le vittime cominciano a nutrire sentimenti solidali verso il proprio aguzzino. Gli psicologi sottolineano come la sindrome si manifesti soprattutto in caso di vessazioni prolungate, quando la vittima percepisce che la propria sopravvivenza è legata al proprio aguzzino, infatti, gli ostaggi svedesi del 1973 dichiararono di aver temuto più l’intervento della polizia che le intenzioni dei rapitori.

Secondo alcuni psicologi, la vittima inconsciamente prova a “neutralizzare” il criminale avvicinandosi a questo umanamente, per evitare di essere sopraffatto.

La psicanalisi parla di due elementi: la regressione e l’identificazione col rapitore.

“Regressione” con comportamenti quasi infantili che stimolino la cura da parte dell’unico individuo che porta “cibo e acqua”, e che è responsabile dell’integrità dell’ostaggio.

“Identificazione”, perché consente di superare il conflitto permettendo di rendere più sopportabile la realtà che, vista senza distorsioni, sarebbe difficilmente sostenibile. Identificarsi nell’altro per creare un illusorio “ponte” di sicurezza. In realtà l’aguzzino, spesso risponde divenendo meno ostile e aggressivo.

Nei casi più gravi la vittima avrà una vera e propria depersonalizzazione, una sorta di lavaggio del cervello, che la convince che solo il “rapitore” la curerà e gli starà accanto.

In banca, oggi più che ieri, la sindrome di Stoccolma rischia di “ammalare” i lavoratori, non tanto per le “rapine” ma per la presenza più o meno sottaciuta di “aguzzini” tra i vertici aziendali.  I capi sconfinano spesso nella tirannia. Autoritari più che autorevoli, per loro contano solo i risultati.

I collaboratori sono – a seconda delle situazioni – puri mezzi di produzione, bersagli di critiche aspre e di pressioni insopportabili. Non si curano delle dinamiche relazionali e se scoppiano i conflitti gli aguzzini li soffocano imponendo il loro punto di vista. Non cercano il consenso, lo esigono. Non ascoltano le opinioni altrui, non puntano sul rapporto personale.

Questi anziché essere debitamente respinti, denunciati, isolati vengono troppo spesso tollerati e quasi “giustificati”. I lavoratori devono avere subito tali e tante amarezze e disillusioni che non “reagiscono”. Tirano a campare, cercano di evitare o rinviare il più possibile i conflitti.

Quanti conflitti sul luogo di lavoro, quante “persecuzioni” di tipo psicologico in ufficio colpiscono i lavoratori?  Tante, troppi, basti pensare alle “pressioni commerciali”, al demansionamento, alle sanzioni disciplinari eccessive.

I bancari e le bancarie devono rivolgersi al sindacato per avere un adeguato sostegno per affrontare questi “rapinatori” (di serenità). Con l’esperienza del sindacalista che, purtroppo, non è nuovo a simili episodi si saprà affrontare nel miglior modo possibile la situazione.

Se sarà il caso si adiranno le vie legali per far cessare le “ostilità” ma senza “aiuto” da parte delle vittime, non si porrà mai fine alle vessazioni aziendali.  Si rischia insomma di “parteggiare” per l’aguzzino, se non si ha il coraggio di rivolgersi al sindacato (polizia).

Non rendiamo le nostre agenzie tante succursali di Stoccolma…

Autore dell'articolo: Giuseppe Angelini

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