La sindrome dell’impostore

Pubblicato il: 15 marzo 2012 alle 3:05 pm

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Molti uomini e molte donne, purtroppo, sono convinti di non meritare la propria carriera, il proprio successo. la promessa promozione. Questa considerazione di se stessi nasce, anche se per il lavoro “hanno donato anima e corpo”.

E’ una vera e propria sindrome detta, appunto, “dell’impostore”.  Si considerano, infatti, dei veri millantatori, e vivono nella paura che il loro presunto “ imbroglio” sia scoperto. Sono convinti di non essere abili, competenti, adeguati proprio come ritengono di essere giudicati dal prossimo.

Cresce, quindi, il timore di “aver fregato” gli altri, di non essere realmente all’altezza dei compiti richiesti.

Si crede di essere solamente “fortunati”, di sembrare più competenti di quello che in realtà si è. Queste persone hanno meno fiducia in se stessi, sono più volubili e sono colpiti più frequentemente da ansie da prestazione.

In certi casi il terrore di essere “scoperti” può diventare paralizzante.

 
Questa sindrome fu studiata agli inizi degli anni ’80 in America ma ancora oggi trova parecchia attenzione con le mutate condizioni di lavoro, volte sempre più ad accentrarsi sul profitto più che alla persona.

Gli studiosi notarono come queste persone facessero previsioni negative sulle loro prestazioni e spesso e volentieri, pur trovandosi ad un passo dall’agognata promozione, si tiravano indietro all’ultimo momento. Era più forte il disagio, la paura della mortificazione di non raggiungere il traguardo che il desiderio di affermazione. Era una vera e propria paralisi.

Ricordate “Luci della Ribalta” di Chaplin? Calvero, comico vagabondo, salva dal suicidio una ballerina, colpita da una grave malattia paralizzante alle gambe.  La guarisce. Il giorno che la ballerina può finalmente riprendere ad esibirsi, ecco che la psiche la irrigidisce, proprio qualche minuto prima dell’apertura del sipario per paura del grande pubblico del teatro.

Teme di non farcela. Pensa di tradire quel pubblico che la invoca, che ha creduto in lei, nel suo ritorno alla danza. Calvero, consapevole che la ballerina è clinicamente guarita dal morbo alle gambe, ma bloccata da un tarlo, forse più grande, che è però di natura psicologica, la “desta” con uno schiaffo e la lancia sul palcoscenico dove arriverà, puntuale, il successo.

Oggi nelle aziende esistono pochissimi Calvero. Troppo spesso i manager criticano l’operato di chi sta per raggiungere un buon risultato, con la speranza che il lavoratore si sprema sempre di più per il timore di perdere quello che ha seminato.

Anziché instillare sicurezza si dubita platealmente affinché “l’impostore” di turno dia il meglio di se stesso temendo di perdere l’agognata “carota”. In alcuni casi, i più filibustieri tra i manager allontaneranno questa “carota” con tante bastonate, (quante volte cambiano in corsa i traguardi commerciali?) spingendo gli impiegati a eccedere nel proprio lavoro, arrivando a sostenere ritmi frenetici e a competere per paura di perdere il proprio ruolo.

E’ chiaro che il manager, prospettando ad esempio una ricompensa a chi lavora di più, aumenti le probabilità che fra i colleghi si instauri uno spirito di emulazione (peraltro del tutto insano).

Ecco spiegato perché un comportamento improntato ad un eccessivo impegno lavorativo, generando approvazione da parte del manager, tenderà ad essere reiterato.

Il capo riesce così a creare un impulso profondo che porta le persone a dover raggiungere uno standard elevato per essere accettate.

Lo stimolo a lavorare molto è indotto, è chiaro, non tanto per la passione per il proprio lavoro, ma da un bisogno ossessivo di eccellere e ottenere approvazione.

In casi “gravi”, sempre più frequenti, “l’impostore” presunto nasconderà una serie di stati emotivi (dalla rabbia alla depressione) e  un’incapacità di adattamento che si manifesta con sentimenti di scarsa stima di sé, paura di perdere il controllo e difficoltà relazionali. Egli, a causa del capo, ha bisogno di prove tangibili che dimostrino il suo operato; tende a quantificare le cose che fa, considerandole unità di misura del valore personale.

Lo fanno riflettere poco su quali sono gli obiettivi che può realisticamente raggiungere, e si concentra di più su quei risultati che sarebbe importante conseguire perché tutti, compreso se stesso, possano aver chiari i suoi meriti. In realtà il lavoratore i meriti li ha tutti ma furbamente gli vengono celati, facendolo sentire un “impostore”.

George Westinghouse (industriale ed inventore statunitense del ‘900) diceva: “Se un giorno diranno di me che nel mio lavoro ho contribuito al benessere ed alla felicità del mio collega, allora sarò soddisfatto”.

Imparino i manager ad aiutare gli impiegati nei momenti di difficoltà, perché altrimenti i veri “impostori” sono loro!

Autore dell'articolo: Giuseppe Angelini

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