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I mostri di Palermo e quelli dell’anima

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Orribile, tremendo, raccapricciante, inaudito… in questi giorni stiamo provando a esprimere tutto la nostra ripugnanza per un atto che, in tutti i suoi dettagli agghiaccianti, non ha nulla di umano, e quando gli esseri umani mettono in atto condotte così disumanizzanti agiscono comportamenti che è molto difficile – se non impossibile – anche definire animaleschi, talmente risultano aberranti.
Come altre volte ho avuto modo di notare, credo però che dovremmo evitare di esaurire la questione con l’espressione della nostra esecrazione e con l’auspicio di una condanna severissima ai protagonisti di questa vicenda turpe e triste.
Questi fatti, oltre che impegnare il nostro giudizio morale – come è giusto che sia – prima di essere archiviati e inevitabilmente dimenticati dovrebbero indurci alcune riflessioni: in fondo la funzione del pensiero, della riflessione critica, alla fine è l’unica possibile strategia di contrasto a queste derive deumanizzanti di alcune frange della nostra società, specialmente se si tratta di un pensiero che riesce a determinare un cambiamento o a crearne i presupposti. E in questa storiaccia ci sono molti elementi che possono farci riflettere. Provo a considerarne qualcuno.
A cominciare da quel cliché che purtroppo sembra essere diventato abituale, una sorta di copione dello stupro, di algoritmo della violenza sessuale giovanile che abbiamo visto riproporsi di recente anche in casi che hanno suscitato vasta eco mediatica perché implicati i rampolli di noti personaggi pubblici. Lo sfondo prevede dunque una scena musicale, che si tratti di festa, locale o movida, largo uso di alcol e cannabis o cocaina e poi la violenza di gruppo su una vittima ormai incapace di difendersi. Si potrebbe cominciare a notare come gli ambienti ricreazionali musicali giovanili si siano enormemente estesi ormai da decenni e progressivamente si sia anche sempre più ampliato e generalizzato in tali scenari l’uso di alcol e sostanze. Credo che si tratti di una dimensione esperienziale strutturata e inscindibile, nella quale la musica, il ballo e il divertimento sono connessi invariabilmente all’uso di alcolici e sostanze. Il dettaglio non è trascurabile, perché sono l’alcol e le sostanze che facilitano il passaggio da una situazione di tipo ludico-emozionale, spesso già orientata in senso sessuale a un’altra, collegata a questa, di tipo orgiastico e predatorio. Il passaggio non è ovviamente automatico, perché soggetti diversi rispondono in modo diverso agli effetti delle sostanze – anche a partire dal loro background personologico e temperamentale – ma, se ci fate caso, nei contesti delle violenze e degli abusi sessuali giovanili perpetrati negli scenari musicali, lo sballo riveste un ruolo centrale sia per la vittima, che alcol e droghe mettono nelle condizioni di non potersi difendere, sia per i carnefici, che invece vengono stimolati nella loro capacità di offendere, ossia l’attitudine ad approfittare di una vittima inerme, che a questo punto possa essere ridotta alla stregua di mero oggetto sessuale.
Non ho difficoltà ad affermare – e credo tra l’altro di essere in buona compagnia sul versante della scienza – l’urgenza di riconsiderare la nostra compiacenza/indifferenza sull’abuso alcolico, che per altro risulta sempre più precoce tra i nostri giovanissimi adolescenti, e i cui effetti negativi ovviamente non si limitano a fornire i driver per agire o subire condotte violente e disinibite.
È certamente problematico oggi proporre di rivalutare seriamente le conseguenze dell’uso di sostanze alcoliche, talmente sconfinati sono gli interessi economici che ruotano intorno a tale ambito, per non parlare di storia, tradizioni, abitudini, culture, territorio, appartenenze…eppure gli stupri, le violenze, gli omicidi stradali, sono solo una impercettibile punta dell’ iceberg del danno alcolico sociale complessivo , le cui ampissime dimensioni sono del tutto estranee alla stragrande maggioranza di noi tutti.
 
Altro elemento altamente perturbante e reificante è quello del video che riprende le scene terribili dello stupro; e qui mi è sorto un pensiero: anni addietro, neanche molti, i balordi che avessero commesso un atto del genere, avrebbero fatto di tutto per nasconderlo, occultarne le prove, tacere e negare.
Qui invece la situazione si capovolge e, come in tante altre vicende simili, la selfymania ha la meglio su tutto, la smania di girare il video e condividerlo all’istante fa sì che questi sette pessimi esponenti del genere umano non si rendano neanche conto che stanno costruendo le prove inoppugnabili della loro colpevolezza, stanno documentando un reato che pagheranno duramente, anche per averlo documentato, integrando il prezioso materiale del delle videocamere di sorveglianza con quello del loro cellulare. Nel senso che questi pessimi sette commettono due crimini altrettanto orribili, anzi tre: sequestrano una giovane che non è in grado di opporre resistenza, la stuprano insieme e a turno nonostante lei si opponga e, infine, accentuano enormemente la gravità estrema di tutto questo con il video che accresce il danno alla vittima e segnala lo squallore umano di questi soggetti, il loro minus cognitivo, la loro glacialita’ affettiva, il loro deserto etico assoluto.
Problemi che non riguardano solo loro, ma anche tutti coloro che hanno contribuito, in vario e multiforme genere, a far loro internalizzare una moltitudine di codici sottoculturali maschili violenti e disfunzionali e a determinare così i presupposti sociali e sottoculturali che possano generare tali mostruosità dell’umano. Che in questa storia è assente, a partire anche dal fatto che riprendere le scene sessuali è anche un modo per essere altrove, per non vivere la consapevolezza di un atto estremo e doloroso, per non responsabilizzarsi rispetto a una vicenda drammatica che non può essere derubricata alla stregua di un infame video porno di cui vantarsi. E forse qui risiede una delle chiavi di lettura più scellerate e intrise di una profonda e rassegnata tristezza: la ricerca di un rinforzo narcisistico e di una conferma della propria virilità sulla pelle (letteralmente) di una ragazza la cui sofferenza per quello che il telefonino sta registrando non finirà mai più.

Autore dell'articolo: Daniele La Barbera

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