Commento su Repubblica.it a proposito del tormentone pensioni

Inserito da Sergio Figuccia
Ott 10 2011
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Sembra proprio che sia stato creato un vero e proprio “cartello” di politici, giornalisti, e personaggi pubblici per convincere gli italiani in merito alla necessità di aumentare di continuo l’età pensionabile dei lavoratori.

La Marcegaglia, pur di apparire sui quotidiani ogni santo giorno,  si scaglia a favore dell’aumento dell’età andando contro il suo stesso ruolo in Confindustria (gli industriali non sono affatto interessati a tenere in carico lavoratori vecchi e strapagati e che, tra l’altro, non possono neanche essere licenziati facilmente perchè la stessa Marcegaglia ha sottoscritto un patto con i sindacati per non tenere conto dell’articolo 8…Ma dove ha la testa? Non certo a tutelare gli industriali).

I politici poi, sono stati tutti catechizzati (tranne Bossi) a sostenere questo teorema per salvaguardare i loro benefici economici, mentre un taglio vero e sostanziale alle spese della politica basterebbe a ripianare il debito pubblico entro il 2013, così come richiesto dalla persecutoria BCE.

Lo stesso ideatore di “un’agenda per l’Italia“, tale Massimo Riva, pubblicazione di Repubblica cui fa parte questo commento di oggi 10 ottobre 2011, evidenzia al riguardo la contraddizione connessa con il più grave problema della disoccupazione giovanile, ma sostiene contestualmente che l’età deve essere aumentata.

A questo punto è lecito chiedersi: non sarebbe più civile, ma solo per chi entra oggi nel mondo del lavoro e non per chi ha già pagato contributi da 35/40 anni, abolire in toto le pensioni e quindi la contribuzione INPS (se no sarebbe l’ennesimo scippo dello stato italiano ai danni dei lavoratori), dando facoltà ai lavoratori di costituirsi un fondo pensione personale?

Ma come si può sostenere che sia costituzionalmente ammissibile che in corso d’opera possano essere modificati di continuo i parametri per accedere al sistema pensionistico, privando di anno in anno gran parte dei lavoratori dei sacrosanti benefici acquisiti con decine di anni di costosissima contribuzione all’INPS?

Ma che fine hanno fatto i diritti acquisiti?

E se al prossimo aumento in corso d’opera cominciassimo a pensare ad una class-action contro lo Stato Italiano per le discriminazioni effettuate negli anni sui lavoratori?

I patti devono essere fissati una volta per tutte. Abbiamo invece cambiato le regole per ben tre volte dal 2008, aumentando di 6 anni e tre mesi i minimi pensionistici (5 anni con il “gradone” + 1 anno con la finestra dinamica di Tremonti, più altri tre mesi nello scorso dicembre 2010)…ma quando intendono fermarsi? Nel frattempo la gente invecchia in azienda e l’azienda non la vuole, poi magari, dopo solo qualche anno di quiescenza, muore molto prima degli 80 anni, considerati come il massimo delle aspettative di vita (ma da chi, e con quale conteggio?) .

I lavoratori insomma non ne possono proprio più!!

One Response

  1. Alfonso ha detto:

    Riagganciandomi ai politici che vogliono aumentare l’età pensionabile degli italiani vi segnalo di seguito un evento parlamentare di enorme importanza:

    Il giorno 21 settembre 2010 il Deputato Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori ha proposto l’abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.
    Ecco com’è finita:
    • Presenti 525
    • Votanti 520
    • Astenuti 5
    • Maggioranza 261
    • Hanno votato sì 22
    • Hanno votato no 498).

    i 22 sono: BARBATO, BORGHESI, CAMBURSANO, DI GIUSEPPE, DI PIETRO, DI STANISLAO, DONADI, EVANGELISTI, FAVIA, FORMISANO, ANIELLO, MESSINA, MONAI, MURA, PALADINI, PALAGIANO, PALOMBA, PIFFARI, PORCINO, RAZZI, ROTA, SCILIPOTI, ZAZZERA.

    Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera :

    Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno – ce ne sono tre – e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità.
    Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata.
    Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.
    Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato,che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.

    Non ne hanno dato notizia né radio, né giornali, né Tv OVVIAMENTE.

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