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Le teste di manager del terzo millennio

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Anche l’editoria è stata colpita dall’uragano “profitto”, un immenso e irrefrenabile tifone che ha già spazzato via, in tutti i settori della società contemporanea, qualsiasi traccia di onestà, rispetto del prossimo, umanità e soprattutto coerenza.

 

Non c’è giorno in cui le grandi “teste di manager”, che vorrebbero dirigere il mondo verso i nuovi lidi del “cambiamento” a tutti i costi, non si inventino qualcosa che la loro smisurata presunzione giudichi “innovativa” o, quantomeno, “redditizia”.

La loro “navigazione” nelle tempestose acque del mercato globale (l’orrendo mostro che ci sta portando verso quell’apocalisse pronosticata nel Nuovo Testamento) è “a vista”, totalmente scevra quindi dall’utilizzo di quegli strumenti che in passato hanno invece coadiuvato l’umanità intera nella crescita e nel progresso civile, come l’etica professionale, il riguardo per i fruitori del prodotto e la correttezza verso chi ha contribuito, con la propria creatività, alla realizzazione di quello stesso prodotto.

Le “teste di manager” navigano a lume di naso (quello loro ovviamente) e nella piena consapevolezza di non voler affrontare assolutamente i rischi del mantenimento delle vecchie tradizioni, a loro confronto Schettino diventa un “capitano coraggioso”. Per loro il cosiddetto “cambiamento” diventa un’ancora di salvezza, una forma di garanzia che li possa tutelare dalle incognite dell’osservanza delle antiche consuetudini professionali, ritenute ormai obsolete dalle tendenze del momento dettate dagli “studi” americani in campo di marketing globale.

Così anche l’editoria non è riuscita a tirarsi fuori dal ciclone. Un mercato, quello dei libri, schizofrenico, isterico e incoerente come tutto in quest’epoca di follia allo stato puro.

Si fa tutto e il contrario di tutto; per esempio pochi anni fa i libri del compianto Faletti, comunque molto belli anche nella stesura originale, erano stati “pompati” dall’editore che voleva romanzoni da 800/1000 pagine. Così il lettore si trovava immerso in tante storie “collaterali” che poi non risultavano avere alcuna funzionalità nella trama principale.

Oggi qualcuno si è inventato l’esatto contrario; una casa editrice sta pubblicando un certo numero di libri in chiave ridotta rispetto al testo integrale del relativo Autore. Lo slogan ufficiale è: “distillati, non riassunti”.

La frase, di indubbio fascino commerciale, è certamente ad effetto, ma nasconde una stratosferica ovvietà: il riassunto è un estratto della storia raccontata nel libro, realizzata tuttavia con un nuovo sintetico testo il cui autore non può essere quello del romanzo originale, ma coinciderebbe con lo stesso editore o con un suo delegato; il distillato invece è lo stesso testo originale sfrondato (in modo sfrontato) di tutto quanto l’editore ha ritenuto presuntuosamente “eccessivo”, in controtendenza rispetto all’Autore che, ovviamente, ha scritto invece tutto ciò che ha ritenuto “necessario”.

Si tagliano in pratica le storie per rendere i romanzi più “digeribili” e “appetibili” dal punto di vista commerciale, alla faccia del rispetto che meriterebbero gli autori e i lettori stessi, trattati ormai solo come meri strumenti di profitto.

La presunzione, l’incompetenza, e la sicumera di certi editori hanno superato abbondantemente i confini della decenza.

Ma la cosa più triste è l’eventualità, che personalmente non auspico nella speranza di far recuperare un po’ di dignità all’editoria nazionale, di un successo nelle vendite di questa campagna di pubblicazioni “bonsai”.

Non sarebbe giusto nei confronti degli Scrittori, “letteralmente castrati” nella loro opera (peraltro secondo scelte dell’editore del tutto personali e opinabili), e dei fruitori dei lavori che avrebbero il diritto di leggere e giudicare i romanzi in formato integrale.

Ma se l’umanità vuole riprendersi il proprio libero arbitrio e ritornare a progredire, liberandosi dal giogo imposto da chi pretende di comandare nelle nostre teste per generare profitto a proprio favore, dovrebbe iniziare a fare le scelte giuste anche in casi come questo. Ai posteri l’ardua sentenza.

Autore dell'articolo: Sergio Figuccia

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