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Le reti digitali, oltre a rappresentare un supporto basilare per la vita sociale, economica, culturale, ludica e forse anche sentimentale, hanno radicalmente modificato nel corso degli anni il rapporto con lo spazio esterno e con quello interno. Quando circa trent’anni fa uno sparuto gruppo di studiosi in Italia e nel mondo – di cui mi pregio di fare parte – si comincio’ a interessare agli effetti psicologici legati alla diffusione di Internet, iniziando a pubblicare le prime riflessioni e indagini scientifiche, nessuno di noi, per quanto dotato di intuizione e sguardo sul futuro, avrebbe potuto immaginare l’ampissima portata dei mutamenti che la Rete avrebbe determinato, non solo sul funzionamento psichico ma anche sui comportamenti umani, sui rapporti interpersonali, sugli stili di vita. Il cambiamento della percezione degli spazi e’ uno degli aspetti che mi pare più significativo ma la cui comprensione non è ne’ scontata, ne’ immediata: cercherò di dimostrare che in questo cambiamento sono presenti alcuni aspetti paradossali e contraddittori. Le reti infatti, sembrano spesso annullare spazio e tempo, innestando la nostra presenza nel mondo in una sorta di “qui e ora” dove tutto e tutti sembrano a portata di mano, come in un gigantesco self-service planetario. Tutto e tutti sono possibili e fruibili; percepiamo un’assenza di confini e di limiti che sembra conferire un senso di libertà e onnipotenza che elimina qualsiasi possibile interferenza al godimento immediato di un oggetto, di un’esperienza o dell’Altro. Se fosse proprio così, se fosse davvero unicamente e semplicemente così, non potremmo spiegare in alcun modo come sia possibile che la dimensione digitale venga anche non di rado utilizzata per mantenere una distanza, per assicurarsi la presenza fittizia e virtuale dell’altro, tenuto debitamente lontano, dietro uno schermo, dentro un dispositivo. Di recente ho incontrato diverse donne vittime di un distanziamento obbligato in rete da parte di un partner che vuole assicurarsi la continuità di un contatto senza presenza, senza corpi, senza sguardi diretti. Ma anche sugli uomini, mi risulta, si ribaltano analoghe scelte di distanzianti femminili. Tutto sembra così vicino, tutto spesso rimane irrimediabilmente lontano, irraggiungibile, umanamente impossibile. Così gli spazi che sembrano subitaneamente annullarsi nella frenesia di un incontro che shifta all’istante da Instagram al reale, si riconfigurano in maniera dilatata e rarefatta rendendo pressoché irraggiungibile il situazionale oggetto del desiderio. Ma poi la nostra esperienza degli spazi digitali è davvero libera e sconfinata come sembrerebbe ? Direi proprio di no, se e’ vero che la stragrande maggioranza degli utilizzatori di dispositivi finisce per divenire succube passivo e inconsapevole dell’effetto “tana di coniglio”: se tendi a soffermarti o a cercare attivamente ricette di cucina, l’algoritmo ti fornirà sempre più frequentemente riferimenti alle ricette di cucina, e la stessa cosa varrà per l’abbigliamento casual, l’arredamento vintage, le auto d’epoca, la fisica quantistica o i manga giapponesi. Finiamo per costringerci in spazi sempre più angusti e ripetitivi, dove le nostre abitudini si irrigidiscono in dei loop esperienziali, mantenuti attivi dagli interesse commerciali di cui sono fortemente intessute tutte le reti digitali. Barattiamo libertà, novità, curiosità e possibilità di spaziare tra nuove conoscenze e interessi, con la ripetitività angusta e soffocante che cristallizza abitudini, manie, ossessioni e, in ogni caso, una visione del mondo limitata e parcellizzata, in cui il gia’ visto e gia’ vissuto viene regolarmente rinforzato senza soluzione di continuità, a scapito dell’apertura al nuovo che potrebbe farci scoprire risorse, attitudini, potenzialità. Ma l’ambito forse più contraddittorio delle reti e’ quello della verità, autenticità, aderenza alla realtà, anche in questo caso interna ed esterna. Sei anni fa – in piena pandemia CoVid 19 – abbiamo cominciato a comprendere molto bene che in rete ognuno cerca la verità che vuole trovare (e viceversa), si aggancia alla versione dei fatti che gli piace di più, ritiene assolutamente vera l’interpretazione che corrisponde meglio possibile ai suoi pregiudizi. La rete, che trent’anni fa sembrava a noi pionieri la nuova frontiera della conoscenza e della condivisione di scienza e cultura, e’ divenuto luogo di possibile e facile mistificazione del reale, corruzione della realtà, falsificazione di fatti e conoscenze, negazione di evidenze; se oggi si assiste in larghi settori dell’umanità a un discreto decadimento intellettivo e culturale e, soprattutto, a una preoccupante eclissi del senso critico, dobbiamo sicuramente interrogarci quanta responsabilità abbiano le reti e il loro specifico utilizzo nell’avere favorito questo declino dell’intelligenza umana, sempre più inquinata da aspetti emotivi che distorcono la conoscenza e l’interpretazione dei fenomeni. E il vorticoso aumento dell’implementazione dell’A.I. nella produzione di contenuti farlocchi che invadono a velocità’ crescente tutti gli spazi digitali, rendera’ ulteriormente complessa la distinzione del vero dal falso, della realtà dalla finzione.
L’ultima questione che vorrei trattare, dopo le maschere che utilizziamo per nascondere o mistificare il reale, riguarda le maschere che noi stessi indossiamo in rete. Oggi, infatti, non esiste soltanto una crisi della verità oggettiva che si sfilaccia malamente in una miriade di verità personali, ma anche un’inquietante crisi della verità del soggetto, della coerenza e dell’autenticità individuale, del senso dell’identità personale. Anche in questo caso la questione è attraversata da paradossi inemendabili: la rete e i social assumono sempre più la dimensione di un palcoscenico di massa, di una gigantesca vetrina dove tutti siamo continuamente in mostra, visibili, incontrabili, afferrabili, di nuovo: tutto sembra cosi’ vero, così vicino, così reale, e invece, nella sostanza, mai cio’ che mostriamo continuamente agli altri risulta così distante e incoerente con tutto ciò che veramente siamo; mentre ci mostriamo, le nostre maschere digitali selezionano cio’ che puo’ rendere più appetibile e desiderabile la nostra immagine, sfumando, nascondendo e negando chi veramente siamo, ciò che veramente facciamo nel nostro occulto privato tra le quattro mura della nostra mente. E se e’ vero, come io penso che sia vero, che la nostra pratica assidua delle reti finisce con l’influenzare grandemente il nostro modo di essere, di pensare e di sentire, l’allenamento continuo al miglioramento della nostra visibilità a scapito della nostra verità relazionale e interiore, sta finendo per farci diventare sconosciuti a noi stessi, oltre che alle stesse persone che ci frequentano intimamente. La con-fusione tra la maschera e il volto reale, sta rendendo sempre più complessa non solo la definizione dell’identità dell’Altro in una relazione affettiva, ma anche la ricerca e l’acquisizione della propria, personale, stabile e rassicurante verità interiore. Il Cinema, che tra tutte le arti è quella che intercetta in maniera più nitida e vivida i fenomeni di cambiamento culturale e psicologico, ci ha dato di recente un saggio della perdita dell’autenticità e della verità nel rapporto di coppia nel film “Le cose non dette” tratto dal libro di Dora Ephron; sia il libro che il film ci presentano dolorosamente gli effetti devastanti di ciò che nascondiamo a noi stessi e alle persone che abbiamo vicino.
Forse oggi dovremmo sviluppare maggiormente pratiche individuali e sociali di verità, sacrificare quote di narcisismo a favore di ciò che di noi è vero ed autentico, fare i conti con la vergogna, ma anche con l’umile bellezza dí ciò che veramente siamo, anche nei nostri segreti meno dicibili, sulla scorta dell’evidenza che le nostre partí più fragili e meno risolte sono quelle più direttamente collegate a vicissitudini e dolori e che sono le piantine più deboli che richiedono più cure ed attenzioni da parte degli altri.
