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Se la realtà diventa un videogame impazzito

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Si chiama virtuale ma il suo impatto sulla realtà ha una forza di penetrazione e di disgregazione che forse non abbiamo ancora compreso appieno. Si chiama virtuale ma sta potentemente modificando la sensibilità, gli stili di vita, il funzionamento cognitivo, le emozioni e i sentimenti. Si chiama virtuale ma si sta sempre più confondendo col reale fino a danneggiare il sentimento di realtà, fino a non farci più comprendere la differenza tra le due dimensioni e a non farci più capire, né percepire, l’importanza del reale, il senso delle cose, la rilevanza di tutto ciò che lo abita.

Da questo tragico scambio tra reale e virtuale origina l’orribile tragedia di Casal Palocco, una tremenda inversione di senso, per cui il reale viene processato e gestito come virtuale e ci si aggira ad alta velocità per una strada vera come se si stesse pilotando una macchinina in un videogame, e anche dopo il terribile impatto mortale si continua a riprendere la scena con lo smartphone come se non fosse successo niente, come se bastasse un click per resettare tutto e ripartire daccapo; mentre invece la realtà vera e pregnante sembra essere diventata quella degli ambienti virtuali, quella dei Social che garantivano agli youtuber sino a 200.000 euro di incassi in un anno, quella che ha visto aumentare in maniera esponenziale il numero dei follower e dei contatti subito dopo la tragedia – forse il dato più inquietante.

Dietro questi fenomeni ci stanno indubbiamente dinamiche complesse e intricate che si sono progressivamente consolidate da almeno un trentennio; da quando la digitalizzazione e condivisione di oggetti e parti sempre più ampie della realtà e dell’esperienza soggettiva ha dato la possibilità di vetrinizzarsi costantemente in un selfymondo narcisistico, condivisibile con un numero potenzialmente sterminato di follower. È il meccanismo che sta anche alla base di quello che sto facendo io adesso e che farete voi quando mi leggerete; solo che il processo che stiamo attivando insieme non danneggia nessuno (almeno mi auguro) ha delle limitate ricadute narcisistiche (ma quanto è bravo il prof) e, al massimo, suscita sviluppi di pensiero, sia nel consenso che nel dissenso. Ma la dinamica è la stessa: vetrinizzare parti di se’, aumentare visibilità e popolarità; ovviamente, come sempre, poi arrivano le differenze: perché una cosa è la condivisione di riflessioni e altra, alquanto diversa, la condivisione di performance insensate, sciocche e altamente pericolose.

Quello che forse non è di immediata valutazione è il processo di deumanizzazione che si accompagna a queste derive estreme del sentimento di realtà, peraltro favorito dalla forte attivazione narcisistica collegata a tali modalità perverse di essere nel selfymondo; ed è sempre bene ricordare che più aumentano le quote narcisistiche nelle esperienze relazionali, più collassano quelle empatiche. Dunque, se mettiamo insieme tutti questi aspetti ci accorgiamo di essere di fronte a un mix psicopatologico micidiale, che come una marea montante rischia di deteriorare i nostri sentimenti più umani e soprattutto quelli delle nuove generazioni.

La letteratura, e soprattutto il cinema, hanno da tempo intercettato questa problematica con esiti artistici notevoli e illuminanti: Il Tagliaerbe, Nirvana, Matrix, Il Cerchio, Ready player one, per citarne alcuni. Si tratta, in effetti, di una marea che cresce, apparentemente invisibile, ormai da diversi anni: qualcuno ricorderà il fenomeno dei sassi dal cavalcavia, gettati sulle macchine in transito in autostrada, tenendo lo score delle auto colpite, e gridando Bingo! a ogni nuovo centro. Segnali inequivocabili – da anni lo affermiamo – di un degrado non facilmente reversibile del senso e del valore del reale e dell’umano che lo anima. In questi giorni – anche nel mio precedente post – ho notato frequenti giudizi negativi sui protagonisti di questo atto efferato, a volte comprensibilmente sbrigativi e trancianti.

Ciò che forse è meno evidente è che questa atmosfera virtuopatica ci avvolge tutti indistintamente e ne siamo tutti vittime e protagonisti inconsapevoli, naturalmente con gradi diversi di collusione: dai politici ai professori, dagli youtuber agli studenti, dalle veline ai supermachi e a tutti quelli (molti) che almeno una volta si sono fatti tentare dal desiderio di mettersi in mostra e raggranellare un po’ di like. Dunque la condanna, la deplorazione, il disprezzo e la richiesta della pena di morte non ci faranno fare neanche un solo passo verso la possibilità di capire quali strade difficili e tortuose sarà necessario percorrere per tirarci fuori da questo colossale videogame disumanizzante che è diventata la nostra vita. Servono solo a creare una distanza di sicurezza accettabile con una storia orrenda e amara, servono a rassicurarci che noi siamo fuori dal gioco, mentre stiamo già progettando quale sarà il nostro prossimo selfie, come postare le pose del matrimonio di nostra sorella e quali foto del convegno che ci ritraggono conviene mettere in rete; dimenticavo, ci sono anche quelle delle pietanze al ristorante di ieri sera, troppo belle per non condividerle, faranno sicuramente un botto.

Autore dell'articolo: Daniele La Barbera

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