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Poveri artisti e poveri creativi

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Una volta, ma tanto … tanto tempo fa, un artista, un autore, uno scrittore (parlo al maschile solo per generalizzare, ma ovviamente il concetto vale anche al femminile), veniva trattato quasi sempre con un certo riguardo, magari solo per la non comune capacità creativa che allora non era di certo molto diffusa nella popolazione. Ma viviamo ormai in un’epoca completamente diversa, un periodo storico dell’umanità in cui la qualità è stata annichilita e sovvertita dalla quantità, dal caos delle sfide universali che producono a dismisura cloni amorfi e nella maggior parte insignificanti di ciò che una volta veniva identificata come “opera d’arte“.

Questo vale tra l’altro in tutti i campi della cultura, dall’arte pittorica a quella musicale, dalla letteratura alla fotografia, dal teatro all’intrattenimento televisivo ecc. ecc. Sembra che siano trascorsi diversi millenni “dall’era delle cattedrali” a oggi, invece parliamo di pochi secoli e, zoomando sull’ultimo di questi, ci accorgiamo che lo stravolgimento maggiore è scattato negli ultimi trent’anni, quelli che ci hanno condotto all’era dei computer, della tecnologia digitale e dei social.

Oggi TUTTI sono artisti, musicisti, ballerini, scrittori, cantanti, caratteristi, pittori, performer ecc. ecc. ecc.; milioni di emittenti televisive nel mondo diffondono una colossale pletora di personaggi quasi sempre generati dai responsabili delle stesse tv per ammaliare (almeno così credono loro) il pubblico ormai assuefatto però a qualsiasi nuova “minchiata” venga proposta via etere, anche perché i social, specialmente l’orrendo “tik tok” cinese, spandono sull’intero pianeta le esibizioni di un’infinità di “mattatori e mattatrici” casalinghi che, per scalare la “montagna sacra” della notorietà, si mettono in mostra (sì, perché spesso si tratta solo di mostruosità) scimmiottando personaggi già famosi, urlando improperi contro il resto del mondo, autodenigrandosi in sgrammaticate farse dialettiche senza alcun senso o, quando va bene, esponendo talenti eccezionali che meriterebbero certamente ben altri palcoscenici. In sostanza la “buona stoffa“, ridotta ormai a qualche raro scampolo, viene coperta da una montagna di inutili “pezze pseudoartistiche“, una sorta di cappottone in tela di scarto che oscura totalmente l’elegante frac che ci sta sotto. Emergono dunque solo le granguignolesche scorie di una subcultura contemporanea che sta disintegrando il significato stesso della parola ARTE, ridotta ormai a un mero insulso, per quanto mastodontico, numero di visualizzazioni in rete, che tra l’altro viene spesso amplificato esponenzialmente da furfanteschi algoritmi informatici.

Una grande quantità di intellettuali e artisti contemporanei preferisce ormai operare in ambiente underground per non confondersi nella melma della popolarità indotta dalle tv e da internet, tuttavia chi tiene ancora a emergere in qualche modo dalla massa informe della collettività, viene in qualche modo costretto da coloro che gestiscono l’intrattenimento a “fare spettacolo” e “creare il personaggio“. Così vengono fuori scrittori travestiti (scusate: adottano il termine “en travesti” … è più raffinato), giornalisti che fanno i pagliacciex-cantanti in stile drag queen, pseudo comici all’anagrafe di sesso maschile ma che da oltre vent’anni indossano solo i panni femminili ritenendo di far ridere, critici d’arte che strepitano come le cornacchie … insomma c’è un po’ di tutto sul variegato palcoscenico della celebrità popolare, tranne forse un po’ di dignità residua che avrebbe potuto far emergere comunque qualche reale talento senza lo stupido ricorso al travestimento di scena o alla presenza zotica e sguaiata di fronte a una telecamera.

Se è vero che “tutto quanto fa spettacolo“, è ancor più vero che “non tutto lo spettacolo fa buon intrattenimento“, per quanto purtroppo quello contemporaneo ne stia caratterizzando la scadente cultura.

 

 

 

Autore dell'articolo: Sergio Figuccia

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