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A cosa servono i social?

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L’epoca geologica che stiamo vivendo dovrebbe essere chiamata in futuro EBETOCENE, sempre che l’umanità ne possa uscire agguantando almeno un futuro qualunque esso sia. Siamo infatti immersi totalmente in un contesto ambientale e sociale dominato totalmente dall’idiozia più estrema che ci spinge a fare cose insensate, quasi sempre inutili e fini a sé stesse, ma molto spesso deleterie se non perfino mortali.

Ma dietro questa tragica follia c’è lo spettro infame della speculazione, dello sfruttamento della mente umana che lentamente sta scivolando verso la demenza di massa. Nascosti nell’ombra dei social, dietro le quinte delle sfide del kaiser (esaltate dallo stupido linguaggio dei politici), nei sotterranei dell’enorme castello di carte inutili costruito dal consumismo, ma anche da una tecnologia mal utilizzata e finalizzata esclusivamente al commercio più spudorato, ci stanno pochi maledetti individui che vivono esclusivamente per i loro sporchi interessi economici senza alcuno scrupolo verso chi finisce per soccombere in questa insensatezza globale.

Un’intera generazione sta collassando nel nulla, inebetita com’è dalla ridicola smania di “apparire” ai vertici della catena di visibilità nei social network, che ormai costituiscono l’anello mancante fra l’homo sapiens e l’homo delirans, che costituisce l’ultimo gradino in basso dell’evoluzionismo umano e il primo della successiva teoria dell’involuzionismo che terminerà con l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Come definire diversamente quei poveri deficienti che si appendono con una mano ai cornicioni dei grattacieli, che si lanciano senza freni nelle ripide discese delle strade di montagna, che bullizzano senza pietà compagni e compagne di scuola, se non addirittura gli stessi insegnanti, fino a spingere le loro vittime a reazioni estreme, che lanciano challange (sfide, la solita funesta parola diventata la più popolare al mondo) inverosimilmente scriteriate che talvolta finiscono con la morte degli sfidanti o di qualche sfortunato e innocente passante, proprio come nel caso di Manuel, il bambino di 5 anni ucciso per strada dalla demenza di 4 individui immaturi che la cultura di questo terzo millennio chiama youtuber, come a volerne consacrare una certa importanza carismatica che in realtà non esiste minimamente. Ma qual’è il senso dell’impresa di questi personaggi (non saprei proprio come chiamarli) che pur di conquistare qualche follower in più nel loro demenziale canale di YouTube (che andrebbe chiuso all’istante, ma lo Stato è ormai inesistente in questo ambito) corrono per la città su un Suv Lamborghini per 50 ore di fila? Ebbene la risposta sta in quello che loro stessi hanno scritto come presentazione nel loro canale del social: << Non siamo ricchi, ma ci piace spendere per farvi divertire a voi! Tutto quello che facciamo si basa su di voi, più supporto ci date più contenuti costosi e divertenti porteremo, tra sfide, challenge e scherzi di ogni tipo cercheremo di strapparvi una risata in ogni momento. Ogni singolo euro guadagnato su YouTube verrà speso per portare video assurdi e unici >>. Ma la cosa più grave è che dopo la morte di un bambino di 5 anni, per far ridere i 600 mila iscritti (il cui livello mentale è tutto da studiare) a quel canale, i follower sono perfino aumentati, rendendo di fatto “redditizia” la nefanda bravata. 

Ma avete pensato per un solo momento a quale possa essere l’utilità di queste mostruosità informatiche chiamate social?

  1. Le notizie ce le fornisce la stampa e i centinaia di tg nazionali che finiscono sui social solo dopo essere state acquisite in tv o dalle agenzie giornalistiche;
  2. La messaggistica istantanea è già garantita dalle applicazioni e dalle chat della telefonia mobile e dalle vecchie email;
  3. Quasi tutti gli utenti dei social nei loro diari, fatte salve le “pagine” con contenuti specialistici, tendono a rivaleggiare fra loro e non certo a socializzare;
  4. La prima delle celebri sfide social, fin dalla loro nascita, è stata l’acquisizione di altissimi numeri di “amici”. Chi registra più “amici” si ritiene più importante;
  5. Ma sappiamo tutti che gran parte dei cosiddetti “amici” in realtà sono account fasulli o persone totalmente sconosciute raggiunte in vari modi;
  6. Non c’è alcun reale controllo sulle fake che circolano liberamente confondendo la gente, anzi sono in tanti a esaltarsi proprio nel pigliare in giro i più sprovveduti;
  7. L’analisi dei commenti non costituisce un valido monitoraggio dell’opinione pubblica: qualsiasi argomento venga trattato i pro e i contro sono sempre al 50%;
  8. Con poche eccezioni nell’enorme massa dei post, i video, le foto e certi testi, con milioni di visualizzazioni sono sempre gli stessi che girano da anni in rete tramite le condivisioni;
  9. La maggioranza degli iscritti ritiene di avere un “grande seguito” per i like e i follower registrati nei vari diari. Ognuno si illude di esercitare il mestiere di opinionista, di essere un influencer, di fare il capopopolo. In realtà questa presunta celebrità, sempre che superi la soglia familiare e degli amici più stretti, dura appena un giorno, perché già nelle 24 ore successive quanto scritto sui social viene seppellito da una gigantesca valanga di nuovi post di altri utenti.

Insomma l’unica cosa che può ottenere riscontri è il guadagno economico che scaturisce dalla pubblicità, gradita però da chi esce i soldini solo in termini di altissimi numeri, che solo l’orrore, lo scandalo, la follia, ma anche certi algoritmi informatici riescono a garantire. Ecco da dove nascono le sfide, i filmati orrendi o banalissimi, il bullismo mediatico, le visualizzazioni segnalate a milioni (raramente autentiche) e i rischi mortali che si corrono andando dietro a questi raccapriccianti figli della tecnologia moderna che sembrano essere diventati una vera e propria droga, e non solo per i ragazzi decerebrati che sfidano la morte (e spesso perdendo).

Ma ancora nessuno ha sollevato l’ipotesi che IL RE POSSA ESSERE NUDO?

Autore dell'articolo: Santokenonsuda

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